Il nostro territorio si è caratterizzato, storicamente, come soggetto alle grandi monoculture: dapprima la presenza militare, che ha occupato e stravolto importantissimi tratti di costa dei due mari e poi, in epoca più recente, la grande industria pesante (siderurgico, raffineria), responsabile del gravissimo degrado ambientale certificato dalla recente sentenza nel processo "Ambiente svenduto".
Non possiamo negare l’apporto che questi insediamenti hanno dato in tempi passati in termini di posti di lavoro in tutta la provincia, ma questo è stato pagato a carissimo prezzo in termini di morti sul e per il lavoro, inquinamento, desertificazione produttiva, parassitismo imprenditoriale, sia dai lavoratori che dai cittadini, ed ora si impone un radicale cambio di paradigma economico e culturale. D’altronde quel “benessere”, privo di una cultura storica e di consapevolezza del valore dei beni comuni, ha finito per causare danni incalcolabili in termini di lavoro sommerso e abusivismo, che oggi ritroviamo nei disastri urbanistici in tutti i centri abitati e sulla costa.

Oggi, anche grazie alle opportunità di spesa rappresentate dal PNRR, siamo di fronte ad una grande occasione per riscattare il territorio e liberare le nostre comunità da queste presenze che hanno finito col deprimere qualsiasi tentativo di affermazione di altre filiere economico-produttive: dall’economia del mare, al turismo, alle produzioni agroalimentari, alla cantieristica civile, ai grandi scambi commerciali, alle nuove opportunità di sviluppo rappresentate dai modelli produttivi "green".

L’agricoltura, su un piano economico produttivo, rappresenta la vocazione primaria del territorio, in virtù del suo essere parte integrante della tradizione e della storia del rapporto fra i pugliesi e un ecosistema circostante estremamente favorevole per condizioni climatiche e disponibilità di campi fertili: potendo contare su una Superficie Agricola Utilizzata (SAU) di 1,3 mln di ettari pari al 65,8% della superficie complessiva regionale e al 10,2% della SAU nazionale.
Dati che fotografano una situazione peculiare nella quale sviluppare potenzialità e focalizzare le attenzioni politiche di chi si occupa del territorio. L’economia agricola è in costante mutazione, sotto il profilo economico produttivo vede strutturarsi sempre più aziende che operano in un contesto di mercato internazionale, assumendo la capacità di produrre marchi di qualità.
Riteniamo importante promuovere l’agricoltura in quanto settore economico con una cospicua capacità di rappresentare un punto di approdo occupazionale. Per farlo è opportuno riservare la giusta attenzione agli strumenti regionali ed europei di incentivo dell’imprenditoria agricola giovanile, soprattutto lavorando ad una razionalizzazione dei requisiti di accesso ai bandi dedicati, troppo spesso ostacoli insormontabili a chi volesse intraprendere nel settore partendo da risorse limitate e con le proprie sole forze.
Di contro non è possibile ignorare la persistenza di irregolarità nei contratti di lavoro, bassi livelli retributivi, fenomeni di caporalato ai danni di lavoratori italiani ed immigrati, in una condivisione di destini dai quali spesso manca la capacità di opporre rivendicazioni organizzate. L’agricoltura rappresenta anche uno strumento di coesione e rigenerazione sia sociale sia ambientale, nelle sue varie esperienze di comunità e di conoscenza, tutela e cura del territorio.

L’economia legata ai flussi turistici in un’area come la nostra, orientata alla destagionalizzazione grazie alle sue preziose emergenze storiche, archeologiche, enogastronomiche e culturali, ha bisogno di una forte programmazione da parte delle amministrazioni locali, anche nella progettazione di nuove forme di accoglienza come gli alberghi diffusi, gli ostelli per la gioventù, le dimore del lusso e le reti alberghiere. Un’idea interessante potrebbe essere quella di istituire un registro delle case private in offerta, per calmierare i prezzi e rendere più trasparente il mercato.
Il recente dibattito sull’arrivo delle grandi navi in porto a Taranto deve farci riflettere sul fatto che, nonostante la caratteristica "mordi e fuggi" di questo tipo di turismo, sia dovere delle amministrazioni produrre, in sinergia con le associazioni e gli enti culturali dei territori, una serie di offerte per le visite guidate a tema, come elementi di promozione, e promuovere accordi di permanenza dei viaggiatori per più giorni, nella città capoluogo e nella provincia.
Qualsiasi ipotesi di sviluppo sostenibile non ha speranze senza senza un ruolo trainante degli enti di ricerca e delle eccellenze universitarie.

Taranto ha bisogno di un proprio ateneo non solo per ragioni di prestigio e di "comodità" degli studenti: l’Università è essa stessa un motore economico formidabile, un generatore di nuove conoscenze, uno scrigno di giovani energie da far esprimere e da invogliare a rimanere. È, senza enfasi, un’alternativa all’invecchiamento della popolazione, in tutti i sensi. E l’Università, vogliamo dirlo con chiarezza, non è solo sviluppo tecnico e scientifico, indispensabili per una visione di futuro, ma anche competenza umanistica, comprensione del divenire storico, apertura allo sviluppo intellettuale, sociale e psicologico della società e dei suoi singoli componenti. Una comunità solo tecnocratica sarebbe una comunità distonica, antiumana.

Noi pensiamo che la decarbonizzazione e la chiusura delle fonti inquinanti, in primis l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, non siano solo una necessità imprescindibile ed un elemento discriminante per la nostra partecipazione a qualsiasi accordo politico-amministrativo, ma anche una straordinaria occasione di riqualificazione professionale, di impulso verso nuove specializzazioni e posti di lavoro nelle grandi opere di bonifica del territorio, un terreno fertile per l’insediamento di nuove imprese che troverebbero così posto in un’area geopolitica così importante come la nostra.

Lo sviluppo degli enti di ricerca serve anche alla promozione di nuove esperienze di impresa, alla diffusione di quel patrimonio tutto italiano costituito dalle P.M.I., all’intercettazione delle opportunità offerte dai flussi globalizzati, all’individuazione delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo economico. In questo senso rimane centrale, anche nel dibattito pubblico, il tema del pieno sviluppo delle potenzialità della la più grande piattaforma logistica del territorio: il Porto di Taranto, capace di implementare e diversificare start up e attività economico-produttive, che vanno dal traffico passeggeri, alle grandi movimentazioni transnazionali, alle attività di ricerca e sviluppo sui temi legati alla nostra presenza nel Mediterraneo e sulle grandi rotte commerciali, alle possibilità di creare valore aggiunto grazie anche alla Zona Economica Speciale e alla Zona Franca Doganale.

Riteniamo, inoltre, non più rinviabile il tema del rafforzamento delle tratte ferroviarie verso Bari e Brindisi/Lecce (osiamo parlare di alta velocità) per le persone e le merci, anche per la commercializzazione delle produzioni locali e per lo spostamento del trasporto merci dalla gomma alla rotaia.

Questo è il momento di rivendicare per il Sud la propria dignità e un vero superamento del divario infrastrutturale rispetto alle regioni del Nord. Un nuovo asse di sviluppo economico e di creazione di lavoro è rappresentato da una programmazione politico amministrativa orientata agli interventi di recupero delle aree degradate dagli abusi e dall’incuria pubblica e privata (discariche abusive, edilizia selvaggia, disordine e mancata programmazione urbanistica e territoriale).
Occorre ricucire gli strappi determinati da un abuso sregolato del territorio attraverso interventi mirati al recupero paesaggistico, alla diffusione del verde pubblico, a nuove destinazioni delle aree e degli immobili da restaurare, che incrocino le esigenze delle popolazioni sul territorio, individuando anche nel Terzo Settore un interlocutore indispensabile per la programmazione degli interventi e attore di sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile.
Noi proponiamo una visione dello sviluppo per l’area jonica che ci consenta di vivere bene in una comunità equa.